Una camminata lungo la storia della diga del Gleno

Quasi tutti sanno del disastro del Vajont ma non altrettanti di quello della diga del Gleno, la seconda più grande catastrofe idroelettrica d’Italia.

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Il 1° dicembre 1923, mentre gli abitanti della Val di Scalve (BG) e della Val camonica (BS) si svegliavano, alle prime luci dell’alba, 6 milioni di metri cubi d’acqua e detriti liberati dalle mura appena cedute della diga del Gleno intrapresero una folle corsa verso valle: quello che sarebbe successo di lì a poco era ormai inevitabile.

Interi paesi della valle, come Bueggio, Dezzo, Mazzunno, Angolo terme, Gorzone, Boario e Corna di Darfo, oltre a 5 centrali idroelettriche e una ferriera vennero rase al suolo dalla forza devastante dell’acqua.
Le acque terminarono la loro corsa distruttrice nel lago d’Iseo dove purtroppo furono rinvenute una cinquantina di salme galleggianti.

I motivi che portarono al crollo della diga non sono tutt’oggi ben chiari.
La maggior parte degli scritti che troverete lungo la valle e su internet fa riferimento ad un dramma scaturito prettamente da interessi economici:
per aumentare la produttività idroelettrica, il metodo costruttivo della diga venne portato da “gravità” ad “archi multipli”, superando il limite di capacità di metri cubi d’acqua di quasi il doppio rispetto ai progetti originari approvati, e questo è un dato di fatto.
Essendo inoltre l’onorario della ditta costruttrice saldato a cottimo, la stessa per terminare i lavori il prima possibile non rispettò le leggi costruttive della diga, facendo appoggiare i piloni portanti su dei tamponi anziché sulla roccia, ed oltretutto per risparmiare sui materiali avrebbe utilizzato in parte semplice calcina al posto del cemento, abbassando così le capacità di resistenza della struttura.

Esiste però una seconda ipotesi, che da qualche anno prende fondamenta nella pubblicazione di due perizie balistiche, (consultabili presso il Palazzo Pretorio di Vilminore) le quali accertano entrambe che all’interno della galleria di scarico vi fu una deflagrazione di una bomba.
Proprio qualche giorno prima del disastro, una certa quantità di dinamite scomparve dalla cava di estrazione del materiale adiacente alla diga.
Si potrebbe trattare dunque di un atto di ripicca tra le aziende che in quel tempo si contesero l’appalto di costruzione.

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Oggi le rovine della diga del Gleno sono diventate un punto d’attrazione;
infatti è possibile raggiungere il sito dopo una camminata di circa un’ora e un quarto attraversando pascoli, pendii, mulattiere e piccoli ruscelli, circondati da piante e fiori d’altura.

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Abbiamo parcheggiato la macchina a Vilminore, in provincia di Bergamo, vicino la stazione della navetta che, se lo vorrete, al costo di 1 Euro vi potrà portare fino a Pianezza. Da qui, si può soltanto procedere a piedi.
Il sentiero è il CAI 411 e parte sulla destra della fontana di Pianezza, non potete sbagliare. Durante i primi 30 minuti di percorso camminerete attraverso pascoli d’altura con piccole baite suggestive per poi intraprendere una mulattiera che vi accompagnerà fin dentro al bosco.

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Da lì in poi vi attenderà un’altra mulattiera a tornanti di media difficoltà. Terminata la salita il percorso prosegue per un’altra mezz’ora tutta in pianura dove potrete iniziare ad ammirare il panorama che la Val di Scalve vi offre, iniziando poco dopo ad intravedere la facciata dei resti della diga del Gleno.

 

Arrivare ai piedi della diga ripaga di tutta la fatica impiegata fino a quel momento.

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Alle spalle delle rovine, il torrente Povo ancora riempie i primi metri del bacino.

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Stare all’interno del bacino della diga rende ancora più l’idea della quantità di acqua che si scaricò all’interno della valle e ciò fa rabbrividire al solo pensiero.

Il consiglio che vi diamo è quello di visitare assolutamente questo luogo avvolto dalla purezza della natura e da una storia che merita di essere ricordata.

BUONA MISSIONE, TURISTI!

 

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